L'Orafo regala «gioielli di parole»

di Andrea Marchesini

Ii diavolo?


Lucifero. Questo è il mio primo nome. L'altro è Venere: la bellezza di un tramonto estivo che muta da rosso a ciano. Poi, mentre il blu scuro lentamente avanza, la luminosità precedente sembra concentrarsi in me. La mia luce aumenta mentre il cielo si spegne e la mia bellezza suggerisce l'amore.
Ma la notte è lunga. Dopo l'ora dell'amore giunge quella dell'angoscia, del dubbio.
Tornerà a splendere il sole? O la notte durerà per sempre. Finirà, certo. Ma intanto il tempo sembra fermo. L'indistinta tenebra copre tutto. Il senso di unità che prima spingeva a far l'amore diventa caos. Cresce il bisogno di separare le cose, di nominarsi osservando gli specchi, di limitarsi attraverso gli oggetti, finalmente "altri".
Ma la tenebra ancora non cede, la disperazione sale.
Poi finalmente compaio io: Lucifero. Il segno, dapprima quasi impercettibile, che il sole sorgerà di nuovo. La luce tornerà a separare ciò che la notte aveva unito, le cose troveranno di nuovo il loro nome, la loro esistenza. E ogni individuo si riscoprirà tale, limitato, ma identificato ai suoi stessi occhi.
Ingratitudine umana: hanno dato al diavolo il mio nome. Forse perché annuncio la separazione delle cose, la distinzione del bene dal male. Ma anche del rosso dal verde, del leone dallo sfondo della savana. Con colori ogni giorno diversi, gioco di filtri di lunghezze d'onda, vedono il mondo differenziarsi e subito iniziano il gioco di cui non sono mai sazi: lo interpretano. In modo ogni volta diverso, ogni volta acquisendo una verità nuova che soppianta la precedente. La "verità" è un'emozione cui non sanno resistere. Semplifica la realtà riducendola a un nucleo semplice che le loro menti possono padroneggiare. E questo, almeno per un poco, placa l'angoscia di cui sono costituiti.
I granuli di tempo cadono nella clessidra.
È quasi l'alba. Un anziano chirurgo missionario si alza. È ancora stanco dal giorno prima: troppo ha distinto sintomi veri dai fantasmi di paura che affliggono i suoi pazienti. A un certo punto è crollato. Ha appoggiato il capo sul braccio sinistro e per venti minuti si è concesso il lusso di confondere il grano con il loglio, nell'unità illogica di un breve sonno ristoratore.
È quasi fresco o un po' meno caldo al mio apparire nel cielo.
L'anziano missionario, come fosse un vecchio abate, vuota la mente e cancella ogni distinzione, quasi un fiore notturno.
La meditazione finisce e presto inizia l'estenuante rincorsa del giorno a distinguere secondo schemi ormai ben appresi, la realtà dalla paura, il tessuto malato (il male) da quello sano (il bene).
E la giornata corre:
"Se riesco a far questo, dopo andrà meglio. Ancora questo ostacolo da superare, poi, finalmente..."
Ma il "poi" non giunge mai a un sereno pianoro sul quale fermarsi per volgere indietro lo sguardo a rimirare, sereno, il già fatto e a guardare, con calma, il da fare.
E così, in cuor suo, maledice il giorno con il suo turbinio di specchi che gli si parano continuamente davanti e in ognuno dei quali vorrebbe vedere sempre la stessa immagine: la metà buona di sé.
Quando sente che non ce la fa più, guarda l'ora e sospira attendendo il mio arrivo notturno: l'annuncio che le distinzioni stanno per sparire, che bene e male ricostruiranno l'unità, senza più meriti per il bene, né colpe per il male.
Io, nella mia veste di Venere, sono un angelo per lui.
Di primo acchito, Lucifero, per lui, è sinonimo di diavolo.
Invece tutta la sua vita è una corsa per separare il bene dal male, per esaltare una metà e seppellire l'altra. Dovrebbe erigere a me, Lucifero, un monumento ben più grande di quello che ha costruito per me, Venere.
Vecchia storia quella delle due facce della stessa medaglia, interpretazioni diverse dello stesso fenomeno. Quale è la più vera? Forse quella che è più evidente, più ovvia: così lampante che non si può spiegare ulteriormente. È il nocciolo centrale di tutte le verità. Alla fin fine un'emozione. Una sorta di quiete, di consapevolezza che oltre non si può andare, che si è finalmente raggiunto lo scopo. Un po' come il bello. L'hai cercato, l'hai trovato: sei soddisfatto. Ma queste sono appunto "e-mozioni": il transitare da uno stato d'animo all'altro. Per questo non durano mai in eterno. Dopo poco o dopo tanto occorre una nuova emozione, la vecchia verità non basta più. Serve una interpretazione nuova, un nuovo taglio di luce razionale a sondare l'infinito magma del tutto.
Il missionario transita in un tempo non scandito altro che dal periodico breve bippare di una sveglia elettronica, interiormente immoto. Il vecchio abate è stanco di pregare. Nella fantasia resta fermo nella sua chiesa per ore, solo ricordandosi ogni tanto di avere un corpo che necessita di qualche cura.
Ma il vecchio abate è un'immagine nella mente del missionario. Lo guarda un istante, come un quadro interiore: lo vede orante da ore, lo immagina orante per altrettanto e se ne sente già pieno, come se lui stesso avesse meditato per giorni. La vibrazione del divenire lo cattura. A una fase di ascesi deve seguire inevitabilmente una di azione, che ridetermini l'io in relazione con tutto ciò che io non è. Il "presente" lo inghiotte.
Non così il vecchio abate. Quando è stanco di pregare esce quasi di soppiatto dalla sua chiesa. Avverte un piccolo senso di colpa a scendere di livello: dalla contemplazione di Dio alla ricerca delle spiegazioni scientifiche del suo creato. Si consola pensando che, tutto sommato, non cambia l'oggetto della sua attenzione, solo l'emisfero cerebrale con cui lo guarda.
La contemplazione è un tentativo di avvertire l'eternità nel presente. Vivere il presente è il prerequisito della ascesi. Ma oggi un tarlo lo rode. Al punto in cui è arrivato vede che il presente gli sfugge di mano: in realtà è così breve da essere non percepibile e difficilmente immaginabile. Uno sterminato insieme di universi eternamente immobili. Il più piccolo seme di tempo, il minimo istante non ulteriormente divisibile, è ben più piccolo del grano di senape che il vecchio abate immagina. Così breve da non poter essere neppure concepito dalla mente umana, abituata a una scala di grandezza del tutto diversa.
Questo granulo di tempo è paradossale: breve da non poter essere diviso ulteriormente, nulla può accadere al suo interno perché lì il tempo non scorre più. Tutto è immobile congelato in un fotogramma in cui nulla si può modificare. Piccolissimo dall'esterno, una intera eternità dall'interno. Poi un altro attimo gli succede. Anch'esso immobile eternità al suo interno, minuscolo frammento dall'esterno. Nulla li lega se non forse le forze elementari della natura che, lungi dallo spingere l'universo a modificarsi in un certo modo, rappresentano invece un limite abbastanza elastico alla sua libertà di cambiamento, come una sorta di memoria del passato che impedisce, entro certi limiti, sconvolgenti futuri.
Ma non è stato sempre così. Il primo istante era l'eterno nulla. Non preceduto da altri istanti, solo seguito. Punto di inizio eterno di una semiretta di attimi a loro volta eterni. Il vecchio abate vede brillare di arguzia gli occhi dell'immagine mentale che ha di se stesso. Il paradosso del tempo sembra ancora più paradossale in questo modo, ma la visione che ha intuito gli sembra vera. Sembra risolvere il problema di cosa c'era prima che l'universo iniziasse: un tempo eterno infinitesimalmente breve. Non il tempo in cui Dio pensava ai tormenti da infliggere ai curiosi. È una interpretazione probabilmente viziata da qualche errore scientifico, ma non se ne duole. Per ora almeno la sente risuonare sulla lunghezza d'onda della verità. Perché non godersela almeno finché l'emozione rimarrà viva?
Ora è giorno. Io ho portato la luce al momento dell'alba ed ora ne sono nascosto. Ancora qualche ora e io, Venere, sarò invocato a riunificare gli opposti, quando la distinzione tra bene e male sarà diventata intollerabile per le sue contraddizioni.
Io sono stella di poesia perché solo la poesia, come me, può unire e separare i contrari, l'attimo e l'eternità.
Vecchio missionario, nella tua brama di esaltare il bene ed eliminare il male, ti eri dimenticato il mio primo nome: mi hai chiamato "angelo", ma non ti eri ricordato che gli uomini hanno attribuito il mio nome anche al "diavolo"? Io credo di sì. Solo che per lo spazio di un racconto hai ceduto alla tentazione di non rigirare la moneta nella mente. Come il vecchio abate con la scienza, un po' di soppiatto, hai pensato che in fondo ogni moneta ha due facce. Che male c'è se ogni tanto ne guardi solo una?


Bologna, 25 novembre 2009