L'Orafo regala «gioielli di parole»

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Era notte solo da un'ora, ma Venere brillava così intensamente nel cielo nero che rimasi estasiato a contemplarla. Brillava, regnava, e taceva. Il suo silenzio mi colpì più del suo splendore. Capii che voleva parlarmi, ma non con parole. Entrai in macchina e misi in moto. Mi avevano chiamato dall'ospedale per un'urgenza. Le vie di Quelimane erano piene di buche e scelsi di percorrere la strada che costeggia il cimitero, la meglio conservata di tutte.
La mia città, Quelimane, può dirsi costruita in mezzo agli alberi. Ce ne sono dappertutto. Mentre guido, ogni tanto guardo sulla mia destra, con la speranza che Venere si mostri ancora, tutta luce. Si mostra difatti, sbucando qua e là da dietro una sagoma nera, quasi che voglia giocare a rimpiattino con me. La strada gira ad angolo retto ed ora la vedo di fronte, splendente.
"Sì, dimmi..." le dico. Non risponde, ma brilla soltanto, in silenzio. Non mi dice parola, è vero, eppure mi vede, mi guarda. È venuta per me!

Sono giorni duri, questi. In chirurgia siamo rimasti solo due medici e dobbiamo fare turni d'urgenza di ventiquatt'ore a giorni alterni.
Lavoriamo ogni giorno in ospedale, come sempre: visite ai degenti, operazioni programmate, ambulatorio, ricette, prescrizioni, attestati, relatori. Per chi è di turno alle urgenze, ci sono in più tutte le chiamate al pronto soccorso per i malati che arrivano da casa con problemi acuti o per quelli trasferiti dai distretti in ambulanza, perché oltrepassano le risorse locali.

Non so cosa mi aspetta stasera.
"Qui, dottore! Ci sono tre casi di chirurgia."
C'è un bambino di un anno con i braccini ed il petto ustionati. Gli è caduta addosso dell'acqua bollente. Sta cercando di piangere, ma la mamma gli mette a forza il capezzolo in bocca. Dà due o tre succhiate e poi si stacca per gridare.
Il secondo caso è un giovane che è stato investito da una bicicletta ed è caduto battendo la testa. L'hanno portato all'ospedale incosciente, ma ora sta cominciando a recuperare. Ha già fatto la radiografia. La porto con me al negatoscopio: niente di rotto. Per questi due casi basta aprire la cartella per ricoverarli, scrivere la medicazione e la condotta terapeutica.
Il terzo invece è complicato: un ragazzo di diciassette anni che il giorno prima, giocando a pallacanestro nella scuola, è inciampato ed ha battuto con forza la pancia contro la ringhiera. Ha il viso affilato, è disidratato, febbrile. Si vede che sta male. Appoggio la mano sull'addome e basta quel tocco per farmi capire che si tratta di una peritonite da operare al più presto. Con tutta probabilità la botta della ringhiera gli ha provocato una perforazione dell'intestino. Il personale del pronto soccorso ha già inviato il sangue per le analisi, ha canalizzato la vena ed ha collocato una flebo a goccia rapida. Manca il catetere vescicale e la sonda naso-gastrica. Ci pensa l'infermiere, mentre spiego al paziente e ai familiari la situazione clinica e l'operazione di cui ha bisogno. Tutti accettano e ringraziano. Scrivo la cartella e mando il ragazzo in barella alla sala operatoria. Mentre camminiamo sotto la veranda calcolo quanto tempo ci vorrà per operare, supposto che si tratti di una semplice perforazione intestinale. Sono adesso le ore venti. Fra una cosa e l'altra potrò cominciare a tagliare verso le ventuno. Un'ora, un'ora e mezzo d'intervento, più il registro, la cartella, il cambiamento degli indumenti, il ritorno a casa, eccetera, potrò andare a dormire a mezzanotte. Domani è martedì, giorno di visita al reparto al mattino e poi ambulatorio al Centro de Saúde "17 de Setembro", dalle 13,30 fin verso le 18,30. Sarà quasi impossibile fare la visita senza che il sonno mi venga a tormentare e quindi sarò più lento e finirò più tardi. Domani sera dovrò cercare di andare a letto presto, perché il giorno dopo, mercoledì, sarò di nuovo di turno con le urgenze.

Arrivo al Blocco Operatorio e trovo un certo movimento: c'è una partoriente sulla barella, che deve fare un taglio cesareo. Quella vista mi crea un certo disappunto: tutto dovrà essere rinviato di almeno un'ora.
"Ahi, questa non ci voleva!" penso fra me, schiacciato dalla prospettiva di dover perdere non due, ma tre ore di sonno notturno.
"Chissà come potrò fare domani?" Mi affido alle mani di Dio e mi avvio allo spogliatoio per cambiarmi e indossare gli indumenti verdi per entrare nella sala operatoria. Il collega ginecologo è già seduto al tavolo del gabinetto medico, pronto per entrare, appena la paziente sia anestetizzata. Ci salutiamo e gli dico che dopo il cesareo ho una peritonite da operare. Mi risponde che il suo è un caso semplice di sproporzione fra testa del feto e bacino. "Non ci dovrei mettere più di mezz'ora. Le prometto che sarò rapido, dottore!"
Lo ringrazio e mi sdraio sul divano, dopo aver chiesto il suo permesso. Voglio dormire un po' per diminuire le ore di sonno che dovrò perdere stanotte. Di sonno accumulato ne ho da vendere, con le urgenze a giorni alterni.
Mi stendo sul divano e, appena sdraiato, il sonno mi vince. Lo sento arrivare a tuffo e me ne rallegro. In meno di un minuto so che sarò già addormentato. Il collega mi augura buon riposo ed esce per andare ad operare. Piombo in un sonno pesante e ristoratore.

"Dottore, dottore!". Mi sveglio di soprassalto ancora assonnato. È l'inserviente della sala operatoria.
"Può lavarsi. Il suo paziente lo stanno già anestetizzando." Non vedo nessun altro. Il ginecologo se n'è andato. Ha scritto il registro dell'operazione e la cartella senza far rumore.
"Molto gentile!" penso fra me e me.

Il ragazzo aveva di fatto una perforazione del colon trasverso. Tutto sommato una cosa semplice. Finisco in meno d'un'ora. Guardo l'orologio alla parete: non sono ancora le ventitre. Me ne rallegro, pensando che potrò andare a letto prima del previsto e per di più con un'ora buona di sonno già dormita!
Scrivo in fretta la cartella, il rapporto dell'operazione, poi mi cambio ed esco. La porta del blocco operatorio è a pianterreno e si apre direttamente sotto il cielo. Guardo d'istinto verso occidente: Venere è già tramontata da un pezzo. Il suo ricordo mi ravviva la gioia della sua visita. Sento che quello di oggi è stato solo il primo passo.
Quando però arrivo al corridoio del Pronto Soccorso, un'altra sorpresa mi attende. Stanno entrando feriti, qualcuno a piedi, aiutato da un familiare o un inserviente, altri in barella o in sedia a rotelle.
I letti, nove in tutto, sono già occupati. Gli ultimi arrivati, se non sono gravi, sono fatti sedere sui banchi, altrimenti sono sistemati su materassi per terra.
Mi informano che una vettura aperta che trasportava passeggeri s'è capotata alcune ore fa a quaranta chilometri da Quelimane. La polizia ha avvisato la direzione dell'ospedale e questa ha inviato due ambulanze e un camioncino per raccogliere i feriti.
Mi passano di colpo tutta la stanchezza ed il sonno e mi metto al lavoro. La prima cosa da fare è il "censimento" dei feriti, passandoli rapidamente in rivista e scrivendo le diagnosi sul foglio di internamento ricovero, cominciando da quelli che mi sembrano i più gravi. In tutto sono diciassette e nessuno mi pare in pericolo di vita. Tre di loro hanno fratture. Prescrivo un'iniezione di morfina, immobilizzo come si può il braccio o la gamba rotti con cartone e fasciatura e richiedo una radiografia. Nel frattempo mando a chiamare l'ortopedico.
Altri due hanno battuto la testa e sono semicoscienti. Tutti hanno contusioni ed escoriazioni multiple e parecchi hanno delle ferite che devono essere suturate. Nessuno ha bisogno di essere operato.
Gli infermieri di servizio sono due, più l'infermiere della ronda notturna ed un inserviente. Dalla sala di trattamento intensivo, lì accanto, vengono un'infermiera ed un inserviente. Apriamo le due sale della piccola chirurgia e la sala gessi e cominciamo il lavoro di disinfettare, suturare, fasciare, fare l'antitetanica, canalizzare una vena a chi è più malconcio e distribuire paracetamolo o morfina secondo il bisogno. Lavoriamo in silenzio, a due a due, per aiutarci a vicenda. Per ognuno completo il foglio di ricovero, aggiungendo alla diagnosi la medicazione fatta e quella da fare, decidendo se sono da ricoverare in reparto o possono restare nel pronto soccorso fino al mattino. Per fortuna sono in gran parte residenti a Quelimane. Il tempo scorre veloce e sono le due passate, quando finiamo.
L'ortopedico è già arrivato ed ha fatto delle stecche di gesso ai fratturati e li ha ricoverati. Io ne ho internati quattro, mentre gli altri dieci andranno a casa domani, anzi, stamani, quando sarà giorno.
Mentre guido la macchina lentamente, verso casa, nella città deserta, cerco di programmare al meglio le cose, per ridurre al minimo le conseguenze negative. Bisogna che dorma per lo meno altre cinque ore. Arriverò con tre ore di ritardo all'ospedale. Farò la visita al reparto piuttosto sommaria e quindi dovrò vedere i malati da operare il giorno dopo: controllare la diagnosi, scrivere le cartelle e stilare il programma operatorio. Poi correre subito a casa, mangiare un boccone e dormire almeno tre quarti d'ora, prima dell'ambulatorio. Comincerò in ritardo di oltre un'ora, ma spero che il sonno non mi assalti durante le visite. È questa, per me, la sofferenza più dolorosa. Se tutto va bene finirò forse per l'ora di cena. Se avrò forza, celebrerò la messa dopo cena, se no la salterò. Che farci?