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Prefazione
Un filo di perle verso l'inespresso
di Pier Angelo Consoli

Il passato è un paese straniero dove le cose si fanno sempre in un altro modo, come ebbe a dire il dimenticato Hartley. Ripensando alla propria esistenza non si può fare a meno di pentirsi di tutte quelle volte che per essere stati retti e corretti ci siamo perduti le avventure migliori. Una vecchia poesia che ho scritto per un amore di cui conservo vivido il ricordo, diceva "A rincorrere la felicità non persi niente, non macchiai di grigio tristezza i miei capelli, né cementai con calce di preoccupazione sul mio volto una ruga. A ricorrerla colmai di poesia questi giorni piovosi e li stesi ad asciugare sotto un sole mio, dentro al petto. Inseguii la felicità come un ebreo bislacco, come un profeta il suo signore, di perseveranza e coraggio mi armai tutt'e due le mani e corsi lasciando la vecchia vita ad aspettare braccia protese ad afferrare ciò che Dio promise in vite metafisiche." Paradossalmente la gioventù è il periodo della vita in cui siamo più condizionabili, forse perché ci sentiamo degli ingegneri alle prese con una immensa cattedrale, che fin dall'inizio si pongono il problema di sbagliare il meno possibile. Certamente alla fine nulla sarà come lo avevamo progettato, ma non è detto che sarà peggiore.

A Marco e Costanza viene offerta una seconda opportunità, e come nella prima c'è un libro a giocare un ruolo galante. Poter amare e avere una seconda volta ciò che si credeva perduto per sempre ha del miracoloso, è metafisico, e sciupare due volte quello che è eccezionale anche una volta sola sarebbe terribilmente delittuoso. In questo racconto troviamo tutto il senso del passato che permane, come sospensione, come in quel racconto di Flaubert in cui quattro uomini si raccontano la cosa più bella che non hanno mai fatto.
Costanza si ritrova tra le mani fogli di un manoscritto che credeva perduto confermando che in nessun modo i manoscritti possono bruciare o scomparire, come dimostra la vita, più che una semplice frase, di Michail Bulgakov e del suo più famoso manoscritto. È nella tenerezza il piffero, che ci penetra nelle fibre e le fa suonare all'unisono, come corde accordate. Torneranno presto i ti amo e gli amo te soltanto, i tornerò perché ci sei tu, i tornerò perché non mi sarà parsa vita quella passata senza di te.

Di questo libro ricorderemo il filo di perle che è il libro stesso e non un libro incorniciato in un altro. Su una perla ha scritto "Muto, come in un film proiettato a ritroso, riporto la poesia all'inespresso." E dall'inesprimibile parte per dire e infine tornare all'incapacità di poter parlare.

Ogni opera d'arte, quando questa è fatta col cuore e l'affanno, merita rispetto e i critici che non si compenetrano con la fatica della penna, finiscono spesso col parlare di scarpe fritte. Un'opera prima, essendo inconsapevole, è sempre innocente citando Bufalino, che a sua volta esordì tardi ammesso che ci sia un tempo giusto per esordire e un altro per lasciar perdere, ma non per questo meno incisiva. Nell'opera prima di uno scrittore troviamo una dolce ingenuità, un candore di saldi principi, che non si lascia contaminare dalle aspettative ed è spuria dalle grettezze del mercato, e per questo motivo pur non essendo in ogni caso perfetta rappresenta un affascinante big bang registrabile, dal quale nessuno può sapere se verrà fuori un intero mondo o solo uno shlok galattico. L'opera di un artista è una cartolina dal futuro, uno scrittore è un pioniere dell'ego, che sbriciola poco alla volta con parziale incoscienza tutta la verginità dell'orizzonte che si appresta a violare. Nessuno avrà mai spalle tanto larghe da sopportare con reale indifferenza un futuro alla Kilgore Trout. Creando ci si nutre della pupilla adorante. Uno scrittore è una stella e come tale ha un tempo disumano, mentre lo vedi forse è già morto e quando non lo vedi è forse perché non è ancora nato. Amando il tempo non passa se non vogliamo che passi, e per due persone indissolubilmente legate oltre il tempo l'unica pena è sopravvivere a ciò che si ama di più al mondo, come insegna la favola Peynet dei coniugi Gorz. "E noi che pensiamo alla felicità in ascesa/sentiremmo la commozione/quasi travolgerci quando una cosa felice cade" (Rilke).

Io e Andrea ci siamo incontrati in una libreria del centro, dove presentavano un libro. Cercando di attirare l'attenzione, inevitabilmente alticcio, mi alzai per fare un intervento che nella mia testa sarebbe stato di abbagliante genialità, ma finii solo col dire che per essere lì avevo perso il lavoro, non era vero. Imparando a scrivere si diventa bugiardi, acquisendo il senso della piazzata. Da allora ci si incontra di tanto in tanto, lenendo quel senso di solitudine quaresimale che ancora ritengo cagionevole ma necessario, che ti fa rimanere attaccato alla preda come una bestia che serra le fauci fino a quando non sente che qualcosa sotto i denti si è rotto. Ci incontriamo a quelle feste dove andiamo per combatterci, come quel qualcuno che ti ama e finisce con l'allungarti a tradimento il whisky con l'acqua, nel disperato tentativo di allungarti la vita. Ci sentimmo pure per festeggiare la firma del contratto editoriale, un pomeriggio, bevendo per una volta soltanto coca cola, senza voler stabilire nessun dogma sull'esistenza, ridendo con poco, su sgabelli malfermi, seduti quasi in mezzo alla strada, convinto a quel tempo che uomo e destino si plasmassero vicendevolmente e che quindi non ci fossero solo fabbri a mandare a puttane intere fortune. Con la vita siamo sempre creditori, per quanto benevolo possa essere stato il fato con noi, sentiamo di avanzare ancora qualcosa e non puoi mai sapere se il bicchiere mezzo vuoto che stringi sia quello della staffa o il preludio di un nuovo ciclo di bevute.

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